Harleequinzel (zombie_magpie) wrote,
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La Torre (Originale)

Ultima settimna COW-T 9, la Torre -



Erano secoli che dall’alto della sua corona spiava Impyria. La città del vento, così la chiamavano - o almeno così raccontavano le storie portate con un’eco dalle correnti fredde del nord. Dei mille modi con cui ci si sarebbe potuti riferire ad Impyria, “ridente” non faceva parte. Il suo profilo era lo scheletro di una piramide, ossuto, debole, così friabile che si sarebbe potuto spezzare con una mano e raccoglierne le polveri fra indice e pollice, una mastodontica quanto fragile architettura appoggiata ai terrazzamenti di una montagna e costantemente picchiata dagli uragani dell’entroterra. La nebbia aveva abitato ogni anfratto, faceva parte delle strade della città tanto quanto dei suoi cittadini, che la respiravano e le trovavano un posto caldo, accogliente, nei loro polmoni, dove avrebbero coltivato il freddo e l’umidità per tutta la vita.

Le persone, ad Impyria, avevano la pelle bianca come ossa, un colore insolito, ma definito, coltri di epidermide attraverso le quali era evidente il corso delle vene che segnavano l’età, alla stregua di anelli nel tronco di un albero decapitato. Il loro aspetto era costantemente stanco, a tratti malato, così diverso da quello dei viaggiatori che chiedevano asilo per una notte di riposo e poi subito ripartivano all’alba, fuggendo da quella città scontrosa e tagliente, come se il vento cavalcasse lame affilate e le usasse per ferire chi incontrava.

Al fare delle persone di Impyria, Torre era abituato. Era stato eretto da almeno dodici secoli, ormai, e in tutto quel tempo aveva collezionato informazioni sulla sua città come se fossero state ali di farfalla da rinchiudere in una teca. Aveva orecchie, occhi, mani e capelli, peli sul corpo nerboruto, sulla sua virilità, sulle cosce tornite, robuste come il tufo dei suoi mattoni sui piedi, saldi e dalla pianta grande come le sue fondamenta. Aveva anche una corona, più preziosa e incantevole di quella del Re, un richiamo alla merlatura ruvida della sua cima che custodiva con cura e di cui era fiero, quasi quanto era fiero della sua età.
Ma il suo stoicismo da qualche tempo aveva cominciato a vacillare, come se le sue fondamenta avessero subito un brutto urto e stessero iniziando a tremare, a sbriciolarsi nella conca umida del terreno. Era iniziato tutto quando il Re di Impyria in persona aveva imprigionato all’interno del suo corpo, un rifugio rozzo, ma caldo, la principessa.

Torre non era mai stato in grado di vederla fino ad allora, perché i suoi occhi non potevano che guardare ciò che potevano raggiungere di Impyria, e il palazzo e i suoi segreti non erano alla sua portata. La principessa era sempre stata custodita gelosamente nelle sue stanze e non era mai uscita allo scoperto.
L’eco dei venti da Nord dicevano che era perché era troppo bella per i comuni mortali, e ora che la conosceva, Torre capiva la potenza di quelle parole. Ne era stato innamorato fin dal primo momento.

La principessa dormiva, danzava, leggeva, mangiava, si pettinava e si lavava a due passi dal suo cuore, il nucleo di Torre. Tante volte aveva pensato di scendere come spirito, di sistemarsi la corona sul capo, fra i capelli bianchi ma folti, e presentarsi a lei, di conquistarla. Aveva sempre dovuto rinunciare, però. Ciò che più desiderava la principessa, nelle sue preghiere e nei suoi pianti, era la libertà. Se si fosse presentato a lei come la sua prigione, l’avrebbe odiato.

Poteva custodirla per sempre, guardarla e conservarne nella memoria i passi, il profumo dei capelli, il ritmo del suo respiro di notte. Da quando era arrivata, Torre aveva smesso di spiare Impyria per concentrare tutta la sua attenzione sulla principessa, senza un istante di pausa.

E fu così, sereno, innamorato, finché non passarono i mesi, e poi gli anni, e quando tutto andò in rovina, di cosa succedesse all’esterno Torre aveva già perso la cognizione da molto tempo. Fu per questo che fu colto alla sprovvista dall’arrivo, in una notte di un’estate gelida e ventosa d’Impyria, in cui un principe si arrampicò alle sue carni, pugnalandolo con stiletti di ferro per arrampicarsi fino alla finestra in cima e conquistare la principessa.

Qualcuno era venuto a cercarla per strapparla dalla sua prigionia. Qualcuno avrebbe visto per la prima volta dopo anni il volto della principessa, che sebbene il tempo fosse passato non ne portava nemmeno un segno.

Le leggende narravano che fosse troppo bella per i comuni mortali, e Torre sperò con tutto il suo spirito che fosse vero, letalmente vero. Pensò di cedere la sua preziosa corona alle Forze Superiori in cambio della compagnia eterna della principessa, ma fu del tutto inutile: quando il principe, un giovane di bell'aspetto e dalla spada pesante, arrivò in cima dopo aver infilato con forza la lama in ogni fessura del corpo di cemento, fu coinvolto da tutt'altro che la morte. I suoi occhi si illuminarono, e lo stesso fecero quelli della principessa.
Il dolore di Torre fu immane. Mentre lo straniero conquistava la sua amata e prendeva la sua verginità, infilandosi fra le cosce di lei con la stessa forza con cui aveva pugnalato i mattoni nella scalata, non potè far altro che girarsi a guardare dall’altra parte. E fu lì, che la vide: Impyria, caduta, data alle fiamme. Sentì gli echi del vento raccontare della sua disfatta, avvenuta mentre lui era rimasto immobile a guardare la sua prigioniera. Furono canti che lo ferirono, ma non quanto lo fecero i gemiti limpidi della principessa che, conquistata, veniva strappata dall’irruenza del principe e copiosamente veniva sulla sua carne, a due passi dal cuore di Torre.
Le sue fondamenta iniziarono a sbriciolarsi davvero. Quella notte d’estate, la Torre cadde su Imperya, come era caduta la città, ora un fantasma, e le macerie seppellirono l’orgasmo della principessa.

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