Harleequinzel (zombie_magpie) wrote,
Harleequinzel
zombie_magpie

Tempo (Captain Marvel)

Questa storia partecipa alla nona edizione del COWT, prompt "Heroic Gestures".
Nessun avvertimento in particolare, sfw, gen.



“Ti sei mai pentito” inizia Carol, infilando le mani nelle tasche della sua giacca di pelle, mentre ciondola sul marciapiede affollato da pozzanghere affianco a Nick Fury, “di aver scelto questo?”
È sulla Terra da due giorni e a Los Angeles non ha mai smesso di piovere, non fino a questo momento. Le vengono in mente almeno tre cose che credeva avrebbe avuto il coraggio di chiedere a Nick: andare a bere un milk-shake, noleggiare un film da Block Buster e guardarlo e fare una gita in moto fino a San Francisco. Ovviamente non è riuscita ad accennargli nessuna di queste, e ora stanno camminando sotto il cielo uggioso della città degli angeli come due cani con la coda fra le gambe.
Se si vergognano di qualcosa, se hanno paura di qualcosa - se Nick ha paura di qualcosa, Carol non lo sa.
È il 2006 e sono cambiate delle cose. Forse ha aspettato troppo a tornare, ma non riesce, non vuole, farsene una colpa. E anche se Nick è più vecchio, sì, e le sue mani puzzano di scartoffie serie e responsabilità, anche se ha perso un occhio e porta quella ridicola benda, a Carol sembrano essere passati solo due minuti. Ma è evidente che non è così. Le persone sulla Terra comunicano fra loro con piccoli cellulari senza sportellino, adesso, le tv hanno lo schermo piatto, Gwen Stefani canta da solista.
“Di aver scelto questa vita, intendi?”
Carol fa un cenno con la testa. Non sa davvero perché lo ha chiesto. A volte, fra un viaggio interspaziale e un altro, le piace chiedersi cosa sarebbe diventata se il Tesseract non l’avesse portata nelle mani dei Kree. Forse, ad oggi, l’esercito le avrebbe dato il permesso di volare in missione pur essendo donna. È quello che ha sempre voluto d’altronde, e anche se ha di più, non ha mai davvero smesso di desiderarlo. Vuole ancora illudersi che non le manca la vita sulla Terra, che non pensa di tornare, più spesso di quanto voglia ammettere, dove ci sono Maria, Monica, Nick, e tanti nuovi videogames di Street Fighter.
C’è la sua razza, e c’è l’unico posto in cui può indossare un paio di jeans, andare in moto e cantare al karaoke.
“Di aver scelto di proteggere chi non può, di garantire loro un futuro migliore?” insiste Nick con una retorica che dovrebbe farla sentire stupida, ma senza malizia, come due vecchi amici che si punzecchiano per i ricordi del college.
“Carol” le dice poi, fermandosi davanti alla vetrina di un negozio di cellulari e guardandola, serio, “da quando hai portato una razza aliena su questo pianeta, sarei pentito di fare altrimenti.”
“Tecnicamente non l’ho portata io.”
Nick ride, giungendo le mani dietro la schiena e distogliendo lo sguardo.
“Non devi essere quello che non vuoi essere.”
Carol scuote la testa. “Sono quello che voglio essere” risponde, piccata, “ma a volte non sono dove vorrei” sussurra.
In un universo parallelo, c’è una Carol Danvers che sta vivendo quello che vorrebbe vivere lei adesso. C’è una Carol che è sempre rimasta al fianco di Maria, che ha visto Monica crescere, che le ha fatto il discorsetto, che ha spezzato le ossa del ragazzo che l’ha toccata dopo il ballo, che ha preso con sé tre gatti e un pappagallo e che vive in un appartamento piccolo ma adeguato, che pilota un jet tutti i giorni e che mette i piedi in testa ad un plotone di maschi dal grado inferiore. C’è una Carol che va al cinema, a bere, che gioca ai videogames e che si addormenta sul divano, che mangia latte e cereali per cena e indossa giacche di pelle anche in inverno, una Carol che è cresciuta, invecchiata, che conserva l’album dei ricordi del liceo in un cassetto e quelli di una vita in uno scomparto della sua testa, che riapre solo di notte, quando è triste.
“So che non puoi convivere con la consapevolezza che ci sono galassie che hanno bisogno di te, lassù, e ignorarlo rimanendo qui a passeggiare per la Hollywood Boulevard” le dice Nick, ricominciando a camminare, sereno. “Nemmeno io potrei.”
La Carol di quell’universo parallelo magari è insoddisfatta, magari sogna di essere Captain Marvel. E Captain Marvel, a volte, come adesso, quando passeggia con le mani nelle tasche affianco ad un vecchio amico, sogna di essere Carol Danvers.
“Ma?” gli chiede, seguendolo con la fiducia cieca di un cucciolo.
Nick sospira, le spalle che si alzano e si abbassano sotto quel ridicolo giaccone di pelle nera che lo fa sembrare un tizio in costume davanti al Chinese Theatre.
“Vorrei ci fosse un ma” dice e lei schiude le labbra. Si rende conto di aver sperato con tutta se stessa che ci fosse una giustificazione per smettere di essere un’eroina e iniziare ad essere Carol, qualcosa che motivasse la sua serenità in cambio dell’infelicità di galassie intere. Se rinunciasse ad essere quello che è in tanti cadrebbero, in tanti farebbero fatica a rialzarsi e tanti altri di più non imparerebbero affatto a camminare.
“Non sei egoista” sbotta Nick, anticipandola prima ancora che possa dirlo, “sei solo umana, dopotutto. Ma hai qualcosa che non tutti gli umani hanno.” Si ferma per puntarle un indice all’altezza del petto.
Lei sorride. “Tette?” scherza, ma distoglie lo sguardo per non arrossire. Il suo cuore.
Nick sospira, sorridendo, “non sei solo un’eroina che fa… cose da eroina” dice, mentre su Los Angeles piove un altro fulmine che fa rischiare il cielo intero, così tanto che per un istante breve e effimero sembra di nuovo giorno.
“È così che arrivi tu” sussurra Nick, con gli occhi verso l’alto come un bambino. “Ed è così che te ne vai.”
Carol segue i suoi occhi, per cercare quello che stanno guardando. “In una frazione di misero millesimo di secondo.”
“Puoi viaggiare per le galassie con uno schiocco di dita” le risponde poi lui, con una sorta di tono di rimprovero, “hai di sicuro del tempo che ti avanza. Non hai bisogno di sacrificarlo qui. Vai a… cantare al karaoke, o qualsiasi cosa ti piaccia fare.”
Ha del tempo che le avanza. Pensa che è vero, proprio ora che Los Angeles le sta girando intorno senza che lei stia facendo niente, ha del tempo. Una piccola frazione di misero millesimo di secondo di Captain Marvel in cui può essere Carol.
Non è una soluzione, non è una motivazione, ma è un compromesso. Non è solo un’eroina che fa cose da eroina: lei è la somma di tutte le sue gesta, passate e future, dal salvare un pianeta da un’autocombustione al cambiare un pannolino di Monica, è un’amica, una zia, una donna e molto di più. Non ha molto tempo qui sulla Terra, questo è vero, ma quello che ha, sa esattamente dove e come vuole spenderlo.
Sorride, abbassa il mento, incrocia le braccia al petto e poi porge una sfida a Nick Fury, comandante dello S.H.I.E.L.D., amico, uomo e molto di più. “Sai, si dice che tu sia un pessimo cantante.”
Nick ride. “Sono il migliore di questo pulcioso pianeta. Aspetta solo che trovi una sala karaoke e vedrai.”
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