Harleequinzel (zombie_magpie) wrote,
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Di arterie, vene e capillari (Kingdom Hearts)

[POST-KH3, SPOILER!] Partecipa alla quarta settimana del COWT di LDF, prompt "arrivare troppo tardi".

Personaggi: Vanitas, Xehanort, Sora (accennati Dark-Riku, Xemnas).

Gen, angst, dark. Rating: General audience.



Aveva perso il conto di quante volte i suoi piedi avevano toccato terra da quando aveva iniziato a galleggiare. Se si sforzava di ascoltare - non sentire, ascoltare, perché di rumore ce n’era tanto, ma di parole davvero poche - poteva sentire qualcuno chiamarlo, come se una voce stesse cercando di abbattere l’attrito del suono sott’acqua e di raggiungerlo. Non era nemmeno sicuro di essere sott’acqua. D’altronde, che ne sapeva, lui, di com’era il mare?


“Lascialo andare.”
“No.”
“Ha dimostrato di meritare la X-blade molto più di quanto tu abbia mai fatto.”
“Sei solo un vecchio bastardo. Hai perso tu, non io.”
“Io ti ho creato, Vanitas, e ora ti ordino di lasciarlo andare!”
“...”
“Vanitas, lascialo andare.”
“...siamo uno soltanto. È troppo tardi.”


Non aveva bisogno di sforzarsi per avvertire quanto si sentisse solo il cuore di Sora. In un modo molto più intimo di quanto Vanitas avesse mai voluto, poteva toccarne i confini solidi soltanto allungando una mano nel vuoto. Il pavimento di vetro gelido, brillante, il pilastro di cemento di un altare nel niente, mosaici di ricordi così vividi e importanti che non sarebbe riuscito frantumarli nemmeno spaccandoci contro il casco.
Sora era e sembrava fragile, una statuetta di argilla cruda da sbriciolare, aveva un corpo morbido, sottile ed elastico, ma non abbastanza da non poter essere spezzato. Era sicuro che avrebbe potuto spaccargli le ossa senza metterci troppo. Era sicuro che avrebbe potuto frantumargli il cranio contro l’asfalto come se fosse stato un cane. Eppure, nonostante fosse delicato come un cristallo di neve, la catena dei suoi ricordi e dei suoi sentimenti era così dannatamente solida che Vanitas non avrebbe potuto spezzarla, in nessun modo.
Poteva alzare il palmo, aprire pollice e indice e misurare quanto spazio il corpo di Sora occupava nell’aria, quanto ossigeno stava consumando, quanto erano ampi i suoi passi.
Se avesse voluto, avrebbe potuto soffiargli sul collo e vederlo tremare, sentire se profumava come Ventus e se poteva avere paura come lui. Era più leggero di quanto non fosse mai stato, così tanto che a malapena appoggiava i piedi a terra. Era come un palloncino ad elio, e se Vanitas avesse lasciato il filo, Sora sarebbe volato su, su, finché non sarebbe scoppiato e ripiombato sull’asfalto in mille piccoli pezzi.
Contemplava l’idea e non gli dispiaceva, ma se provava a distruggerlo, a toccarlo, si rendeva conto che la sua mano riusciva solo a trapassarlo come se fosse stato un fantasma. Il corpo di Sora gli ballava fra le mani come una piuma, e per quanto potesse tentare di sprimacciarla, tornava sempre intatta.

“Roxas?” lo sentì chiamare, con una mano sul petto, all’altezza del cuore. C’erano grattacieli che sfioravano l'assurdo tutto intorno e sembravano accartocciarsi su di loro, voler inglobarli in un labirinto di cemento, vetro e ferro e tenerli prigionieri per sempre, come se fossero stati la pagina di un libro da sigillare.

Gli avevano ordinato di lasciarlo andare, ma era lui quello incatenato. Poteva solo seguirlo fra le strade umide e ampie di una città che non avevano mai toccato e desiderare di annientarlo, nel frattempo, di renderlo vittima di una violenza che per tanti anni aveva a sua volta perpetrato sugli altri.

Sora li aveva legati tutti a sé come se fossero stati cagnolini, e Vanitas, con la stessa serenità, avrebbe voluto ricambiare e fargli sentire il suo peso sulla pelle, quant'era freddo, umido e quanto vibrava la sua gola mentre gli sussurrava, con le labbra contro il lobo del suo orecchio, che voleva spezzarlo. Farlo a pezzi. Distruggere i brandelli e macinarli come se fossero stati chicchi di sale, così vivo e intenso e doloroso nelle ferite.

“Ven? Xion? ... Riku?”
I suoi stivali di gomma fischiavano sull’asfalto bagnato, e così facevano le scarpe di Sora, i suoi piccoli e timidi primi passi in un mondo dove non aveva amici e dove non c’era nessuno che potesse diventarlo. Se Vanitas avesse preso il suo cuore e lo avesse spremuto, adesso, avrebbe pianto solo sangue. L’aveva tenuto in affitto per tre diverse persone per un lasso di tempo così lungo che a contare i secondi ci sarebbe voluto più di quanto potevano entrambi permettersi, e ora che era disabitato, ora che c’era solo quella luce fioca e miserabile a brillare sull’altare del niente, la paura quasi gli crepava gli occhi, quello sguardo smarrito e atterrito vestito della luce aranciata dei semafori.

C’erano colori, forme e temperature che stavano bene addosso ad uno e male addosso all'altro nonostante fossero praticamente identici, e a Vanitas serviva per definire le sagome, i contorni sbiaditi delle loro forme, dei loro abiti, per capire dov’era che uno iniziava e dov'era che l’altro finiva.

“Ti stanno cercando” sussurrò Vanitas, girandogli intorno, “o forse no. Forse si sono già stancati.”

Sarebbe stato la sua ombra, gliel’aveva detto. In nessun modo sarebbe potuto essere più vicino di così.
Avrebbe voluto poter strappargli gli occhi, sostituirli coi suoi e vedere come gli stavano specchiandosi in una pozzanghera. Se gli fosse stato concesso, avrebbe scambiato i loro pezzi come fossero stati giocattoli, biglie di una collezione, figurine, e poi avrebbe sfidato le persone a notare la differenza. Non ce n'era.
“Roxas?”

Era così fragile che, se non poteva romperlo fisicamente, poteva almeno mandarlo in tilt. Sora era rotto. Non c’era altro modo per definirlo. Il terrore lo stava inghiottendo e la sua pelle, il suo colorito abbronzato, la sua morbidezza da bambino, non avrebbero più rivisto la luce del sole, o toccato acqua che non fosse quella piovana, o toccato terra che non fosse asfalto, e poi asfalto, e altro asfalto ancora.
“Quanto tempo hai passato tu a cercare loro?”
“Ven? Xion?”
C’era una prigione di cemento che l’oscurità aveva costruito per loro, mattone dopo mattone, piano dopo piano, scala dopo scala, gradino dopo gradino, neon dopo neon.
“E ora che sei tu quello perduto, chi verrà a prenderti?”
“Riku?”
“Nessuno… siamo soli.”
“Riku?!”
Nessuno. Era caduto, e l’aveva trascinato giù con sè.


“È una bella responsabilità.”
“Cosa?”
“Essere noi. Essere me, te, lei. Siamo diversi.”
“...voi due siete solo dei pupazzi.”
“E non lo sei anche tu?”

“Non ti permetto di parlarmi in questo modo!”

“Quando cesserò d'esistere, perseguiterò Riku. Quando Xion cesserà d'esistere, perseguiterà quello che sarà rimasto dei ricordi della principessa. E quando tu cesserai d’esistere, cosa farai?”
“Io non cesserò d’esistere come uno qualunque di voi.”
“Sarà” gli aveva detto la replica di Riku, incrociando le braccia al petto, “è una bella responsabilità, comunque.”


“È finita.”

Avrebbe mentito se avesse detto che tutto ciò che era stato, ora non lo era più perché era diventato una sola cosa con Sora. C'era ancora il dolore, il tormento, una forza così fitta che gli faceva prudere le mani e che lo batteva come se fosse stato una formica, una piccola e infelice formica, fra incudine e martello. Sebbene sentisse tutto il suo potere piovere a fiotti da ogni poro della pelle, non poteva sprigionarlo, perché Sora era un contenitore a tenuta stagna, era una prigione perfetta, una diga senza nemmeno una falla.

Se fosse riuscito a spaccarlo, lo avrebbe divorato, ma nonostante fossero passate ore, giorni, forse settimane da quando erano detenuti in quella città, nonostante avessero camminato e aspettato così tanto da non saper più contare, Sora non aveva ancora ceduto. Persino ora che si era appollaiato contro il muro di una torre di ferro e cemento e stava singhiozzando, perduto, non si era ancora nemmeno crepato. Resisteva, resisteva come aveva sempre resistito Ventus.

E Vanitas non poteva dire di non avere i suoi fantasmi, a sua volta.

“Non c'è niente che tu possa fare qui, a parte venire inghiottito quando e se lo sarà lui, o svanire quando e se tornerà alla luce.”

“Io sono l'oscurità, non può uccidermi.”

“Può.”

“Non sai niente! Hai passato la tua dannata e stupida vita a studiare e cercare risposte ed hai fallito come qualunque altro!”

Sora non li sentiva. Vanitas, invece, sentiva troppo bene entrambi. Erano l'albero, il ramo e la foglia, l'arteria, la vena e il capillare, una catena impossibile da spezzare. Sora, lui, e Xehanort. Era il suo padre e la genesi di ogni cosa, ed era così in fondo dentro di lui, piegato così bene fra le pieghe della sua pelle, nei tessuti, nelle cellule del suo corpo e in ogni estremità, che non poteva separarsene, nemmeno lì.

Non che non volesse. Era una fantasma che perseguitava Sora, e a sua volta aveva un fantasma che perseguitava lui. Il loro legame era così velenoso e fitto che ignorava persino i confini della morte, i loro contenitori soffrivano di una dipendenza l'uno dell'altro grave e inguaribile.

“Io non ho fatto tutto questo per uccidere Sora, l'ho fatto perché il giusto vincesse. Loro erano il giusto, Vanitas, e tu sei dalla parte sbagliata.”

Per Xehanort, sarebbe dovuto essere annientato come tutti gli altri. Per Vanitas, continuava a sopravvivere perché era giusto così. Sora l'aveva definito in vita tanto quanto aveva fatto Ventus, e ora era il suo turno di definire lui, nella morte.

Aveva un potere tanto illimitato su di lui che avrebbe potuto soffocarlo, ma non riusciva perché qualcosa lo fermava, qualcosa come una lastra di vetro spesso e robusto che schermava la ridicola ombra di ciò che era rimasto di Sora.

Quel qualcosa era Xehanort. Voleva dividerli, ma erano già l'uno così dentro l'altro che separarli avrebbe significato ucciderli.

“Lascialo andare.”

Come asportare un organo malato uccidendo il paziente.

“Sei arrivato troppo tardi.”


“Qui, qui.”

Se avesse voluto cercare il riflesso dei suoi stessi occhi, avrebbe potuto trovarlo in quelli di Xehanort, il suo - no, non padre - generatore, come la fonte di un fiume, il fulmine che precede il tuono e poi la tempesta.

Xehanort gli aveva regalato i suoi occhi affinché gli altri potessero vedere in lui l'appendice più pericolosa del suo corpo, la spina avvelenata di una rosa, a temessero tutto ciò che lui aveva generato.

Erano più di dieci anni che lo seguiva con la fiducia cieca di un cucciolo, di un bambino. Se Xehanort lo avesse strappato dal suo fianco, lui, la ciste fastidiosa che era, non avrebbe saputo che fare.

Si specchiò nell'ambra dei suoi occhi mentre Xehanort gli sfilava meticolosamente il soprabito dell'organizzazione.

Ci aveva messo tempo per tornare a casa dopo aver incontrato Sora a Monstropolis, ci aveva messo tempo e fatica, perché la sua luce aveva sfumato i contorni della sua ombra e il corpo aveva faticato a trovare appigli che lo riportassero a Graveyard. La sua angoscia aveva seminato Unversed per tutta la strada, aveva portato morte e discordia in terre che non avevano mai lambito l'oscurità, e nonostante tutto il sangue versato, non era riuscito a trovare pace. L'unica cosa che lo avrebbe sollevato sarebbe stato realizzare il suo desiderio del sangue di Sora.

Xehanort era venuto a raccoglierlo a metà strada. Non era sembrato in disappunto o preoccupato, non lo sembrava nemmeno adesso, e Vanitas si aggrappava alla neutralità di quell’atteggiamento come se fosse stata la sua soddisfazione.

Xehanort era la sua casa.

Il loro piano era così vicino alla conclusione che il patetico fallimento di Vanitas nemmeno lo sfiorava, e a lui piaceva credere che si fidasse.

“Sei pronto?” gli chiese, lasciando cadere il soprabito verso la terra ciottolosa e arida del cimitero.

Vanitas annuì, e Xehanort ghignò, porgendogli il casco. “Segui la Maestra dei Keyblade, scopri dove ha portato Ventus e consegnalo a me. Lo farai?”

“Sì.”

“Lo farai?”

“Sì, lo farò.”

Vanitas digrignò i denti e si infilò il casco, trattenendo il respiro. Xehanort gli appoggiò una mano sulla spalla e si portò l'altra dietro la schiena. La sua pelle, vestita dal colore del titanio nero della visiera, aveva un colore così scuro da non poter distinguere i contorni delle ombre. D'altronde, Xehanort non era altro: ombra. Aveva costruito quell'elmetto per lui perché lo vedesse come la fonte che rappresentava, uno zampillo di oscurità che bucava la terra come un fiotto di petrolio. Era petrolio che gli scorreva nelle arterie, nelle vene e nei capillari.

“È una bella responsabilità” disse Xemnas, guardandolo dall’alto come se fosse una pulce da schiacciare sotto la punta dello stivale. Parlavano tutti come se fossero stati repliche l’uno dell’altro, tutti come ristampe sbiadite in bianco e nero di ciò che Xehanort era.

Lui, invece, era diverso. Era nato da un pezzo del suo corpo, e non del suo cuore, era un agglomerato di cellule con la sua stessa trama genetica. Era un figlio. Vanitas si riteneva suo figlio. Quando un giorno Xehanort sarebbe diventato re, lui sarebbe stato il principe.
“Vai, figliolo.”
Vanitas guardò la sua mano, il suo guanto bianco e pulito sulla sua pelle nera, sulle fibre del latex e sulle righe rosse che correvano dal suo sterno fino alla gola, proprio come vene. Non era stanco. Non era a pezzi.

Avrebbe distrutto Sora e riportato Ven a casa.

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